Monday, October 12, 2009

Profilo di DNA a basso numero di copie (parte I)


By Mark Waterbury

Amanda Knox, il canarino nella miniera del DNA a basso numero di copie

Si chiama DNA a basso numero di copie (LCN DNA) e può diventare un eccezionale strumento anticrimine o un agghiacciante attacco alla nostra libertà. È la tecnica utilizzata per sostenere che il coltello ritrovato nel cassetto della cucina di Raffaele Sollecito presentava tracce del DNA di Meredith Kercher sulla lama. Se venisse utilizzata per condannare Amanda Knox per omicidio, Amanda diventerebbe il classico “canarino nella miniera”, perché dirigerebbe l'attenzione su una minaccia potenzialmente molto grave alle nostre libertà civili.


Abbiamo tutti sentito parlare delle miracolose possibilità offerte dall'analisi del DNA per identificare criminali e non a partire da tracce di sangue o frammenti di pelle. Ci è stato assicurato che le probabilità di errore sono “miliardi e miliardi” a uno, per dirla con Carl Sagan. Ma questa svolta tecnica cambia radicalmente la prospettiva, e non certo per migliorarla.


La tradizionale analisi del DNA viene eseguita su un campione microscopico, ma comunque di dimensioni adeguate, nell'ordine di 1 nanogrammo (1 miliardesimo di grammo). Tale quantità garantisce materiale a sufficienza per consentire un'associazione fisica con le prove rilevate sulla scena del crimine: una macchia di sangue, una ciocca di capelli, un mozzicone di sigaretta. Da queste tracce viene estratto un campione, di cui si individua il profilo. Poiché il materiale raccolto viene conservato, è possibile estrarre un secondo campione ed effettuare una seconda analisi o consegnarlo alla difesa per uno studio comparativo. L'esperimento è riproducibile perché c'è materiale a sufficienza per eseguire l'analisi più di una volta.


“L'interpretazione dei profili di DNA viene eseguita per mezzo di sistemi non particolarmente sensibili. Si tratta di un punto cruciale perché spesso gli esperti devono associare la presenza di una macchia di sangue (o altro elemento probatorio) al profilo di DNA stesso.” Peter Gill, servizio scientifico forense in Gran Bretagna. L'articolo completo è pubblicato sul sito:http://www.denverda.org/DNA_Documents/LCN%20DNA%20Profiling.pdf


Per replicare il DNA, si utilizza un metodo chiamato reazione a catena della polimerasi (PCR). Questa reazione suddivide il DNA in due parti, aggiunge coppie di basi complementari alle due metà e consente di ottenere due catene di DNA al posto della singola catena iniziale. Ripetendo il processo, se ne ricavano 4, 8, 16, 32... 268 milioni (2^28) di copie. Teoricamente, ogni ciclo PCR genera il doppio della copie iniziali, quindi dopo N cicli di replicazione si dovrebbero avere 2^N copie di DNA.


Il materiale viene spezzettato, selezionato e distribuito con un metodo detto elettroforesi. Le particelle di DNA vengono immerse in materiale gelatinoso e iniziano a muoversi a varie velocità a seconda della loro lunghezza. Lo schema di riferimento delle diverse lunghezze viene analizzato statisticamente e confrontato con il DNA di varie persone. Se viene rilevata una corrispondenza, si ritiene di aver riconosciuto il DNA.


È un ragionamento piuttosto lineare. La validità dell'analisi tradizionale del profilo di DNA è supportata da un sostanzioso numero di esperimenti scientifici e dal fatto che è possibile ottenere risultati riproducibili. Tali risultati si sono rivelati a più riprese estremamente utili, sia per identificare i colpevoli sia per scagionare gli innocenti. Ma l'analisi LCN DNA è un discorso a parte.


Rispetto all'analisi tradizionale del DNA, il profilo di DNA a basso numero di copie prevede un aumento delle fasi di replicazione, per far sì che anche con un campione minimo si possa generare una quantità di materiale sufficiente per l'elettroforesi. Ogni passaggio aggiunto quasi raddoppia il numero di catene di DNA, ma allo stesso tempo fa aumentare esponenzialmente la probabilità che si verifichino errori durante il processo di replicazione. Il problema diventa particolarmente evidente se il campione iniziale è di dimensioni molto ridotte.
La variazione statistica riconducibile all'esiguo numero di modelli iniziali ha molta importanza. Con analisi del profilo LCN DNA si intende in genere un test eseguito con una quantità minima di materiale iniziale (circa 100 picogrammi) o un'individuazione del profilo con risultati che non raggiungono i normali limiti stocastici della tecnica. “Stocastico” significa che è ammesso un fattore di probabilità, motivo per cui il sistema non può essere considerato deterministico. Ci si deve confrontare con un rumore casuale di notevole entità. Di conseguenza, ripetere gli stessi test LCN DNA su campioni iniziali identici di materiale non permette di individuare profili pressoché identici, come accade invece con la tradizionale analisi sul DNA.



I test eseguiti dalla biologa Stefanoni sul DNA rilevato sul coltello possono essere classificati come analisi LCN DNA in base a entrambe le nostre definizioni. La quantità di materiale iniziale era ben al di sotto dei 100 picogrammi e i risultati del test effettuato sono al di sotto dei limiti stocastici. Nei risultati, sono state osservate le stesse fluttuazioni casuali che caratterizzano l'analisi LCN DNA, perché il numero di modelli iniziali era molto ridotto. Non sono però stati utilizzati cicli PCR aggiuntivi per aumentare la quantità di campione presente. Verranno fornite ulteriori informazioni e commentate eventuali discrepanze nella seconda parte di questo studio, che si prefigge di dimostrare la netta inferiorità delle tecniche utilizzate rispetto alla tecnica LCN emergente.


La tecnica utilizzata dalla Stefanoni presenta un altro problema che l'accomuna al metodo LCN. Se la dimensione del campione è molto ridotta, dopo il processo di replicazione e analisi, non rimane traccia di materiale per ripetere l'esperimento. Non è possibile riprodurre il procedimento. In ambito scientifico, l'irriproducibilità di un risultato è a priori un fattore sospetto perché non consente conferme. Al riguardo, esiste persino una nota pubblicazione scientifica a sfondo ironico, il Journal of Irreproducible Results (www.jir.com).
L’analisi del profilo LCN DNA può essere considerata una tecnica non riproducibile per due distinti motivi. Innanzitutto, il campione è troppo piccolo per eseguire immediatamente un’analisi tradizionale e viene consumato e distrutto durante l'esecuzione del test LCN. E ovviamente, assenza di campione equivale a dire riproducibilità impossibile. In secondo luogo, i risultati ottenuti presentano questo forte carattere di variabilità casuale. Se si esegue un’analisi del profilo LCN DNA su dieci campioni identici, è possibile che si ottengano dieci profili diversi dove la differenza è dettata dall’amplificazione di coincidenze statistiche.


Oltre al problema della riproducibilità, è importante sottolineare che l’analisi LCN DNA è una tecnica estremamente recente e questo dovrebbe indurre alla prudenza. Nei loro articoli, molti esperti del settore mettono in guardia contro il rischio di accettare la tecnica su larga scala senza approfondire la materia ed eseguire ulteriori test. L’analisi tradizionale del profilo del DNA è stata verificata rigorosamente, provata grazie a esperimenti riproducibili svolti in vari laboratori e confermata da test di controllo messi a punto appositamente. Per l’analisi del profilo LCN DNA, non esiste ancora una serie di test controllati a cui affidarsi. Il metodo è ancora troppo recente, particolare e inaffidabile per essere utilizzato con tranquillità; richiede un dovuto approfondimento.


Chiediamoci cosa significa tutto questo dal punto di vista delle libertà civili. Vogliamo forse vivere in un mondo in cui chiunque può essere accusato di qualsiasi crimine, sempre, ovunque, sulla base di un’inoppugnabile prova “scientifica”? La prova sarà incontestabile perché una volta eseguita la prima analisi non rimarrà alcuna traccia del campione. Sarà possibile prelevare un campione da un oggetto trovato in una scena del crimine, eseguire un’analisi del profilo LCN DNA e presentarla in tribunale senza rischi di smentita. Sarà la loro parola contro la nostra e loro potranno comunque vantare la presenza di una presunta “prova scientifica” a loro favore. È l’anticamera di uno stato di polizia.


Quali saranno le conseguenze per Amanda Knox e Raffaele Sollecito? L’analisi del profilo del DNA che è stato raccolto sulla lama del coltello ritrovato nel cassetto della cucina di Raffaele, e che pare corrispondere a quello di Meredith Kercher, è stata eseguita con una versione del test LCN DNA con sensibilità inferiore. Il test non potrà mai essere riprodotto. Il pericolo “qualsiasi crimine, sempre, ovunque” messo in luce nel paragrafo precedente non è solo una lontana ipotesi, ma sta realmente minacciando la vita di Amanda e Raffaele. Si tratta di un tipo di prova che porta a un’unica conclusione: “l’imputato è colpevole perché lo diciamo noi”. E nel nostro caso la situazione è forse ancora peggiore. Questa affermazione non verificabile è sostenuta da tutta una serie di grafici e statistiche ad effetto e dalle due parole magiche: “scienza” e “DNA”. C’è tutta l’apparenza di una prova scientifica certa, ma ben poca sostanza. Non stiamo parlando di scienza e si tratta di un metodo assolutamente non affidabile.


Vorrei sottolineare il fatto che non c’è niente di particolarmente “italiano” in questa nuova e spaventosa tecnica investigativa. La maggior parte degli studi preliminari è stata svolta in Inghilterra e ora le conoscenze vengono approfondite nei laboratori forensi di tutto il mondo. Basterà aspettare qualche tempo e l’analisi LCN DNA arriverà anche nel laboratorio forense della vostra giurisdizione. Come possiamo avere la certezza che non si abuserà grossolanamente di questa tecnica per incarcerare molte persone innocenti e non solo queste due? Non è possibile.


Questo articolo contiene solo informazioni generali sul DNA. Per leggere la pubblicazione completa e più dettagliata, è possibile visitare il sito: http://www.scientific.org/tutorials/articles/riley/riley.html
“Poiché l’analisi LCN è per sua natura non riproducibile, non può essere considerata affidabile al pari del tradizionale test sul DNA”.


“La possibilità di ottenere risultati falsi e fuorvianti da piccole quantità di DNA è ben nota e ben documentata all’interno della comunità scientifica, dove ha avuto origine questa tecnologia”.

La seconda parte di questo studio, “Attenti a non starnutire, gli esperti di DNA sono in agguato” affronterà uno dei principali problemi legati all’analisi LCN DNA, la contaminazione.
Mark C. Waterbury è l’autore degli articoli di questo sito, che si occupano degli aspetti tecnologici del processo contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito a Perugia.


Specializzato in scienza dei materiali, laureato in chimica e con più di 20 anni di esperienza, ha lavorato come ricercatore per la U.S. Air Force e come ingegnere e responsabile tecnologico per importanti aziende. Ha messo a punto varie tecniche di misurazione scientifica con revisione paritaria, ha registrato diversi brevetti e si è cimentato per anni su argomenti quali contaminazione e dati al limite del rilevamento. Ha lavorato per la NASA, il MIT e vari laboratori a livello nazionale su tutta una serie di progetti e ha curato revisioni tecnologiche per alcune delle aziende più importanti del mondo, prendendo in esame le opinioni di scienziati e ingegneri per separare il grano dal loglio.


“Nel corso della mia lunga carriera non mi sono mai imbattuto in una metodologia così profondamente e intrinsecamente viziata come quella adottata dalla Polizia Scientifica per questo caso. Ho quindi deciso di scrivere questi articoli, nel tentativo di mettere in luce una pericolosa negligenza scientifica. La mia speranza è che in questo modo le persone intravedano la verità e si possa fare giustizia in questo caso e ridare la libertà ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito”.
Mark C. Waterbury
28 agosto 2009



DNA a basso numero di copie (parte II). Attenti a non starnutire (o La scienza del DNA si dà all’improvvisazione)


By Mark Waterbury

Questo sito web non è in alcun modo legato alle famiglie degli accusati, alla difesa o ad altri gruppi associati. Si tratta di un saggio scientifico redatto da esperti.

Quando è in gioco la vita e la libertà di un essere umano, ci si augura sempre che i professionisti facciano bene il loro lavoro. E invece c’è un lato oscuro nelle analisi tecniche svolte dalla dott.ssa Patrizia Stefanoni della Polizia Scientifica. Era in gioco la libertà di Amanda e Raffaele e la dott.ssa Stefanoni ha deciso di improvvisare. Ha creato un metodo man mano che procedeva nelle ricerche. Ha inventato l’improvvisazione scientifica. Da qualsiasi punto di vista le si osservi, le sue tecniche paiono in contrasto sia con la metodologia scientifica tradizionale che con il comune buon senso.

Alcune delle principali perplessità legate all’uso del profilo di DNA a basso numero di copie (qui per comodità abbreviato in “LCN”) sono state descritte nella prima parte di questo articolo. Ora vorrei porvi una domanda: A quale conclusione si può giungere confrontando il test eseguito dalla Stefanoni sul DNA rinvenuto sulla lama del coltello da cucina e le tecniche per individuare il profilo di DNA a basso numero di copie?

Per farla breve, il suo test è ancora meno attendibile.

Vi riporto il resoconto sul lavoro della biologa Stefanoni che Frank Sfarzo ha pubblicato sul suo blog dedicato al caso di Perugia, consultabile all’indirizzo http://perugia-shock.blogspot.com/2009/05/lab-of-wonders.html.

“Ma la sostanza a disposizione era veramente esigua e se l’avesse utilizzata per rilevare la presenza di sangue non ne sarebbe rimasta abbastanza per individuare anche il DNA. Allora deve aver pensato: “O la va o la spacca” e ha estratto il 20% del materiale per eseguire l’analisi del sangue. Esito: negativo.

Il test è fallito, ma la dott.ssa Stefanoni non si è persa d’animo. Ha preso tutto quello che rimaneva, circa 20 microlitri, l’ha essiccato ottenendone 10 e ha eseguito il test del DNA. Anche questa volta, nulla. Ma la dott.ssa non si è arresa e ha iniziato ad amplificare il materiale finché non sono comparsi i primi picchi. Lo strumento non poteva andare oltre, ma qualcosa era venuto fuori, quindi bisognava isolarlo. La zelante biologa ha rotto gli indugi e ha continuato nel processo di amplificazione, finché, nella giungla intricata di picchi del rumore di fondo, sono comparsi alcuni alleli. Ha stabilito personalmente quali erano “stutter”, falsi positivi e alleli reali, et voilà! Ecco il profilo genetico di Meredith Kercher servito su un piatto d’argento a Renato Biondo, che ha provveduto a inoltrarlo tempestivamente a chi l’aveva assoldato, il pubblico ministero.

“Vi sono due comuni definizioni del profilo di DNA a basso numero di copie. La prima recita che il profilo che non raggiunge i normali limiti stocastici può essere considerato DNA a basso numero di copie. Ciò significa che quando il rumore casuale diventa notevole a causa delle ridotte dimensioni del campione, si può parlare di LCN DNA, non di DNA standard. La seconda definizione sceglie come criterio una soglia quantitativa: se si hanno a disposizione meno di 200 picogrammi di DNA, ad esempio, si può eseguire solo un’analisi LCN DNA. L’elemento critico nel nostro caso è il numero di molecole del modello originale presente nel campione, che non supera le 5-10 unità, ed è quindi veramente esiguo.

L’analisi del profilo eseguita dalla dott.ssa Stefanoni sul DNA rilevato sul coltello da cucina a casa di Raffaele si adatta a entrambe queste definizioni. La quantità di DNA estratta era talmente ridotta che lo strumento di analisi non ha individuato nulla finché la biologa non ha superato i limiti fissati. Il processo di amplificazione non è stato eseguito con la tecnica della reazione a catena della polimerasi (PCR). Poiché il campione era già stato sminuzzato e sottoposto a elettroforesi, non è stato possibile ricorrere alla PCR. L’amplificazione è stata ottenuta con altri metodi, come l’abbassamento del livello della soglia o la modifica della scala di visualizzazione per far comparire i minuscoli picchi di fluorescenza.






E questo rende il test eseguito dalla dott.ssa Stefanoni ancora peggiore dei vari metodi sperimentati per eseguire le normali analisi LCN. In genere, in questo tipo di analisi, il tecnico è ben consapevole del fatto che il campione è di dimensioni ridotte e piuttosto inconsistente, quindi prende tutte le precauzioni necessarie e utilizza un numero maggiore di passaggi di moltiplicazione PCR, solitamente 34 invece di 28, ottenendo un numero di molecole 2^6 (64) volte superiore per l’elettroforesi e l’osservazione della fluorescenza.

Tuttavia, è importante ricordare che i principali problemi dell’analisi LCN sono legati ai primi cicli di replicazione, quando le molecole sono poco numerose e qualsiasi differenza nel processo di replicazione rappresenta un artefatto significativo. È proprio quello che è accaduto con il DNA presente sul coltello da cucina, quindi abbiamo un valido esempio di quello che può succedere. Nel nostro caso, non solo sono stati introdotti questi artefatti, ma altri artefatti ancora, legati all’elevata amplificazione del debole segnale di fluorescenza, hanno aumentato il rumore del segnale che andava smaterializzandosi. E questo è uno dei difetti dell’analisi.

Vi è poi un secondo dubbio legato a questo cambiamento in corso d’opera della metodologia sperimentale. Poiché la dott.ssa Stefanoni non aveva preventivato di eseguire un’analisi del profilo LCN, ma pensava di attenersi all’analisi tradizionale, non ha apparentemente rispettato nessuno dei severi protocolli applicati negli altri laboratori che sperimentano l’analisi LCN. Le linee guida in vigore impongono tutti gli sforzi possibili per evitare contaminazione, consentire test di controllo, conservare una parte del campione per test successivi, eseguire test su due campioni per operare un confronto e regolare le fasi di elaborazione.

E anche se rispettano tutti i punti di questi rigidi protocolli, i profili LCN non vengono ammessi come prova dalla maggior parte dei tribunali del mondo. Ma osserviamo nel dettaglio queste fantomatiche procedure che dovrebbero rendere i test LCN riproducibili e affidabili. Metteremo così in luce tutte le mancanze della tecnica di improvvisazione scientifica della Stefanoni.

Le citazioni riportate provengono tutte dal Crown Prosecution Service del Regno Unito (indirizzo web "http://www.cps.gov.uk/publications/prosecution/lcn_testing.html" http://www.cps.gov.uk/publications/prosecution/lcn_testing.html) che sostiene l’uso dell’analisi LCN.

“Il test FSS LCN deve essere eseguito in un laboratorio perfettamente pulito ed è quindi molto più costoso e meno diffuso rispetto al test standard. Questo laboratorio dedicato è lontano da altre unità di analisi del DNA, richiede il rispetto di severi requisiti di ingresso ed è dotato di sistemi di aerazione a pressione positiva, illuminazione adeguata e dispositivi chimici in grado di ridurre al minimo la contaminazione del DNA.”

La procedura della dott.ssa Stefanoni, in netto contrasto con queste linee guida, è stata eseguita in un normale laboratorio di analisi del DNA, nelle vicinanze di altre unità. Un laboratorio perfettamente pulito, sistemi di aerazione a pressione positiva e sterilizzazione foto-chimica del DNA sono requisiti imprescindibili per evitare la contaminazione dei campioni. Per il suo test, la dott.ssa Stefanoni non si è curata di nessuno di questi fattori. Possiamo quindi individuare altre quattro mancanze della tecnica utilizzata.

“Nel test LCN, ogni campione viene suddiviso in tre parti o aliquote, due delle quali vengono analizzate. La terza viene conservata per ulteriori test, nel caso si verifichi un errore o si voglia una conferma della presenza di una mescolanza. Solo i componenti del DNA osservati due volte vengono inclusi nel calcolo, per garantire la riproducibilità del risultato.”

La dott.ssa Stefanoni ha utilizzato il 20% del campione per l’analisi del sangue, che ha dato un risultato negativo. Qualsiasi cosa ci fosse su quel coltello, non si trattava del sangue di Meredith. Successivamente, ha analizzato tutto il materiale restante insieme, cancellando qualsiasi possibilità di confrontare due risultati e di conservare materiale per test futuri. Secondo gli standard Crown Prosecution Service, i risultati ottenuti dalla Stefanoni dovrebbero essere respinti in base a entrambi i criteri. Aggiungiamo quindi altre due mancanze.

E ancora non è tutto. I laboratori che eseguono le analisi LCN si affidano a quelli che vengono chiamati “controlli negativi”. La citazione seguente è tratta dalla pubblicazione di The Law Society of Scotland, all’indirizzo: "http://www.journalonline.co.uk/Magazine/52-2/1003857.aspx" http://www.journalonline.co.uk/Magazine/52-2/1003857.aspx.

“Nella scienza forense l’obiettivo è stabilire che il profilo del DNA deriva dal materiale recuperato su una scena del crimine o da un sospetto, non da un investigatore, laboratorio, imballaggio o strumento di analisi. Un “controllo negativo” viene eseguito semplicemente analizzando un campione “vuoto”, privo di DNA. Imprevisti a parte, questo controllo dovrebbe evidenziare l’assenza di DNA. La presenza di DNA in un “controllo negativo” indica che il metodo di analisi ha consentito l’introduzione di una contaminazione. In se stesso, non spiega come è avvenuta questa contaminazione, ma solo che ha avuto luogo. Nel corso degli anni, la linea seguita, per ovvi motivi, è stata che il risultato del “controllo negativo” poteva invalidare l’analisi.

Anche in una procedura di analisi estremamente controllata, un numero significativo di controlli presumibilmente negativi dà un risultato positivo, indicando la presenza di DNA.”

La dott.ssa Stefanoni non ha apparentemente eseguito alcun “controllo negativo” con gli stessi parametri di sistema utilizzati per l’analisi del DNA sul coltello da cucina. Ecco un’altra mancanza.

E ribadiamo il concetto “In se stesso, non spiega come è avvenuta questa contaminazione, ma solo che ha avuto luogo”. Quando Sara Gino è stata messa alle strette, durante il controinterrogatorio, per sapere dove e come la dott.ssa Stefanoni avesse contaminato i campioni, non ha fornito una risposta esauriente, ma si è limitata a citare “la letteratura”. È una risposta davvero poco convincente. Ma come poteva sapere a che punto della fase di manipolazione o elaborazione aveva avuto luogo la contaminazione di 50 picogrammi di materiale? Si tratta di qualcosa per cui si esegue un test di presenza, non qualcosa che si può veder succedere. Anche se qualcuno avesse osservato il campione con un microscopio in tempo reale, sarebbe stato virtualmente impossibile rilevare l’involontario trasferimento di una quantità così ridotta di materiale. “La letteratura”, che riporta un elenco delle fonti più comuni di contaminazione da evitare, era in fondo la risposta più corretta.

Questi “controlli negativi” non rintracciano tutte le fonti di contaminazione, ma si concentrano sulla contaminazione che ha origine in laboratorio. Se il coltello da cucina fosse stato contaminato prima di essere stato scelto a caso dal cassetto di Raffaele, questo tipo di controllo non l’avrebbe rilevato. Lo stesso se il coltello fosse stato contaminato durante il prelevamento, il trasporto o in qualsiasi altro momento. Per evidenziare questo tipo di contaminazione si dovrebbero eseguire ulteriori “controlli negativi”, ad esempio su altri coltelli nel cassetto o su altre fonti, sottoposte alla stessa manipolazione del coltello. Niente di tutto ciò è stato fatto. E questa è un’altra, importantissima mancanza.

Possiamo dunque affermare che, sotto almeno nove punti di vista, l’analisi improvvisata del profilo LCN DNA della dott.ssa Stefanoni è stata una scelta persino peggiore dei soliti, incerti e inammissibili test LCN DNA.

1. L’amplificazione del DNA non è stata sufficiente; la debole fluorescenza è stata semplicemente gonfiata.
2. Il luogo in cui è stato eseguito il test non era a una distanza sufficiente dalle altre unità di analisi del DNA per impedire la contaminazione.
3. Non sono state utilizzate procedure di ingresso specializzate per l’analisi LCN per evitare la contaminazione.
4. Non è stato assicurato un ambiente con pressione positiva per impedire la contaminazione.
5. Non sono state utilizzate procedure di sterilizzazione speciali per l’analisi LCN per distruggere il DNA alterato.
6. Tutto il campione è stato utilizzato per un unico test; non è stato quindi possibile eseguire un test di confronto.
7. Non è stato conservato alcun campione per riferimento futuro. Il test non potrà mai essere riprodotto.
8. Non sono stati eseguiti test di “controllo negativo” per verificare un’avvenuta contaminazione.
9. Non sono stati eseguiti test di controllo per verificare la contaminazione sul campo.

Potrebbero essere stati commessi errori in questa analisi. A differenza della dott.ssa Stefanoni, che ha dichiarato che nel suo laboratorio non è mai avvenuta alcuna contaminazione, io commetto errori. Potrebbero essersi verificati sei diversi problemi, se non una decina. Non possiamo conoscere i dettagli sulla manipolazione dei campioni nel laboratorio di Patrizia Stefanoni. E la difesa e la corte sono alle prese con gli stessi dubbi, come ha sottolineato il giudice Massei quando ha invitato la Stefanoni a fornire ulteriori informazioni al riguardo. In effetti, se si pensa alle discrepanze tra quello che si sostiene sia successo e quello che si vede succedere nei video che documentano la raccolta dei campioni, è chiaro che nemmeno la dott.ssa Stefanoni sa esattamente cosa sia accaduto durante la raccolta, il trasporto, la conservazione e la successiva analisi dei campioni di questo caso.

Ci sono forse un paio di situazioni in cui avrebbe dovuto saper cosa fare e invece qualcosa è andato storto. Un guanto non cambiato, come indica la piega nello stesso identico punto anche dopo che lei sostiene di averlo sostituito per prendere un altro campione. Un campione toccato da più di una persona, un altro trasportato in una confezione non sterile. Un campione recuperato e poi caduto per terra, accidentalmente o forse no, dopo che era rimasto su quello stesso pavimento per 47 giorni dopo il crimine.

Ma, soprattutto, in un ambito dove la sensibilità è portata alle estreme conseguenze, ambito limite e quasi etereo in cui i picogrammi hanno il potere di tutto decidere, è semplicemente impossibile che le normali procedure di manipolazione garantiscano di non contaminare i risultati. Sono molto più alte le probabilità che il DNA rilevato sulla lama del coltello da cucina sia stato contaminato, rispetto a quelle che possa rappresentare un campione valido da utilizzare in tribunale.

Un ringraziamento particolare al dott. K, amico e biologo molecolare, che ha riletto questi articoli.


Mark C. Waterbury è l’autore degli articoli di questo sito, che si occupano degli aspetti tecnologici del processo contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito a Perugia.

Specializzato in scienza dei materiali, laureato in chimica e con più di 20 anni di esperienza, ha lavorato come ricercatore per la U.S. Air Force e come ingegnere e responsabile tecnologico per importanti aziende. Ha messo a punto varie tecniche di misurazione scientifica con revisione paritaria, ha registrato diversi brevetti e si è cimentato per anni su argomenti quali contaminazione e dati al limite del rilevamento. Ha lavorato per la NASA, il MIT e vari laboratori a livello nazionale su tutta una serie di progetti e ha curato revisioni tecnologiche per alcune delle aziende più importanti del mondo, prendendo in esame le opinioni di scienziati e ingegneri per separare il grano dal loglio.

“Nel corso della mia lunga carriera non mi sono mai imbattuto in una metodologia così profondamente e intrinsecamente viziata come quella adottata dalla Polizia Scientifica per questo caso. Ho quindi deciso di scrivere questi articoli, nel tentativo di mettere in luce una pericolosa negligenza scientifica. La mia speranza è che in questo modo le persone intravedano la verità e si possa fare giustizia in questo caso e ridare la libertà ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito”.

Mark C. Waterbury
28 agosto 2009

I metodi della Polizia PseudoScientifica: un coltello, un gancio, un’emissione luminosa


By Mark Waterbury

Abbiamo avuto tempo a sufficienza per analizzare i metodi della Polizia Scientifica nel processo Knox/Sollecito e la conclusione è che paiono non solo antiscientifici, ma addirittura pseudoscientifici. Questa è una finzione di scienza, non certo la scienza vera. E possiamo affermarlo perché si sta delineando un quadro ben preciso.


Qui non si tratta di piccoli errori innocenti, imputabili a tempi sempre serrati. Né di incompetenza, perché la maggior parte di queste persone sa bene quello che sta facendo. E non stiamo parlando di costruire un castello di false accuse spargendo sangue, piazzando prove finte o creando dati inesistenti. Falsità di questo tipo porterebbero a risultati chiari e probabilmente lascerebbero anche tracce evidenti. Nel nostro caso invece i risultati sono tutt'altro che chiari. E chi vorrebbe mai lasciare tracce dietro di sé? Certamente non la Polizia Scientifica.


Il quadro che emerge dal processo Knox/Sollecito sembra essere più o meno il seguente. La Polizia Scientifica raccoglie un oggetto dalla scena del crimine. Lo sottopone a un qualche tipo di test “scientifico”. Quindi “seleziona” i risultati e li presenta in totale assenza di materiale di confronto, vale a dire senza aver eseguito alcun esperimento di controllo. Questo modus operandi è compatibile con la pseudoscienza. Sembra essere un tentativo di creare una parvenza di certezza scientifica presentando risultati assolutamente antiscientifici. Chi vogliono prendere in giro? Il giudice e la giuria.

“Pseudoscienza è ogni teoria, metodologia, pratica che afferma di essere scientifica o vuole apparire scientifica e che tuttavia non ha alcuna aderenza col metodo scientifico (o metodo sperimentale), che è alla base della scienza moderna per dimostrare le proprie affermazioni.” http://it.wikipedia.org/wiki/Pseudoscienza

Che cos’è esattamente il “metodo sperimentale”? È quello che ci fa affermare che se non si fa una prova, se non si può ripetere l’esperimento per verificarne la ripetibilità, allora non si può parlare di scienza, ma solo di pseudoscienza. Prendiamo ad esempio il DNA rinvenuto sul coltello da cucina. Il test eseguito dalla dott.ssa Stefanoni ha letteralmente distrutto il campione. Non ne è rimasta traccia. L’esperimento non può in alcun modo essere verificato e riprodotto. Non sarà mai possibile provare se si tratta di un risultato attendibile oppure solo di un minuscolo granello di materiale contaminante proveniente dal laboratorio stesso. La questione si riduce a: “Ho condotto questo esperimento. Questi sono i risultati. Fidatevi di me.”
Analizziamo più da vicino il procedimento utilizzato. State molto attenti, alla fine ci sarà un quiz!


Fase 1: raccogliete materiale dalla scena del crimine o dalle immediate vicinanze. Un coltello da cucina, un gancio, un’emissione luminosa. Non fate troppo i pignoli. Non è l’oggetto in sé, è la scienza a lui applicata a diventare una prova di colpevolezza. È per questo che poco importa se il coltello è stato preso a caso tra tanti altri, come dimostrato ne“Il coltello magico”. Probabilmente anche su un apriscatole nel cassetto di Raffaele c'è il DNA di Amanda sull’impugnatura, ma scoprirlo non avrebbe lo stesso impatto.


Fase 2: eseguite i test sull’oggetto. Che tipo di test? Test scientifici, ovviamente. I test devono suonare di scienza in modo altisonante e sufficientemente incomprensibile. E in casi come questo l’esame del profilo del DNA non ha rivali.


Fase 3: “selezionate” i risultati. Ciò significa che dovete conservare i risultati che supportano la vostra teoria e cestinare gli altri. Un risultato non è di vostro gradimento? Nessun problema. Non segnalatelo. Eliminate i picchi di DNA che non vi interessano. Non trovate elementi in grado di incriminare l’imputato? Nessun problema. Tornate sulla scena del crimine dopo 46 giorni e raccogliete qualche altro elemento.
Fase 4: presentate i risultati liberamente sospesi in un’inquietante aura di sospetto e colpevolezza. Tralasciate qualsiasi tipo di riferimento o confronto che potrebbe mostrare quanto in realtà tali risultati siano precari e fuorvianti. Evitate, in altre parole, ogni tipo di test di controllo.
Ed ecco che avete ottenuto risultati eclatanti in grado di supportare le storielle dell’accusa.
Spendiamo ancora qualche parola sui test di controllo, perché si tratta di una questione di primaria importanza, che spesso cade nel dimenticatoio. Un esperimento che non può essere verificato è come un termometro privo di scala. È possibile vedere il mercurio all'interno, ma non vi è alcun altro elemento a cui rapportarlo. Capite quindi che si tratta di un’informazione senza senso, di un dato senza contesto; lo si può prendere e attribuirgli qualsiasi temperatura si desideri.

“I controlli scientifici sono un punto cardine del metodo scientifico perché consentono di eliminare o ridurre al minimo le influenze involontarie, come le distorsioni imputabili al ricercatore.”http://en.wikipedia.org/wiki/Control_experiment


Gli scienziati scrupolosi prestano particolare attenzione affinché le distorsioni inevitabilmente legate al loro intervento non influenzino i risultati ottenuti. Eseguono esperimenti in doppio cieco, ad esempio, nei quali neppure loro sanno quale campione stanno analizzando, per evitare di “aspettarsi” un determinato risultato. In questo modo, quando raggiungono un risultato, sanno di non averlo “scelto” inconsciamente.
Prendiamo in esame il procedimento seguito dalla Polizia PseudoScientifica per 3 diversi elementi.

Il coltello

Il coltello è stato recuperato dal cassetto della cucina di Raffaele 5 giorni dopo il delitto. A quanto è stato riferito, è stato portato in commissariato e abbandonato sulla scrivania di un investigatore per più di un giorno, per poi essere spedito al laboratorio in una semplice scatola. Decisamente non il genere di attenzione che ci si aspetterebbe per una prova da sottoporre al test del DNA tradizionale, figuriamoci poi all’ipersensibile analisi del profilo LCN. L’analisi del profilo del DNA rilevato sul coltello è stata eseguita con un metodo improvvisato, non riproducibile e mai confermato, le cui carenze sono state ampiamente descritte nella prima e nella seconda parte dell’articolo sul profilo di DNA a basso numero di copie. Ora possiamo aggiungere anche la maldestra manipolazione delle prove all’elenco delle 9 mancanze riportato nella seconda parte dell’articolo. E così arriviamo a 10 gravi carenze del test.


Il test a basso numero di copie eseguito sul coltello non ha previsto “controlli negativi”. In un “controllo negativo”, si moltiplica il DNA e se ne analizza il profilo, senza aggiungere campioni al sistema. Spesso, come per magia, compare comunque un profilo di DNA. La spiegazione è semplice ed è da ricercare in un minuscola quantità di materiale contaminante proveniente dall’attrezzatura o dal laboratorio. I “controlli negativi” rappresentano una parte essenziale dell’analisi LCN, come spiegato nella seconda parte del nostro articolo. La dott.ssa Stefanoni non li ha eseguiti.


Inoltre, fatto forse ancora più importante parlando del DNA sul coltello, non sono stati eseguiti esperimenti di controllo sul tipo di manipolazione a cui è stato sottoposto l’oggetto dal momento in cui è stato prelevato dalla scena del crimine fino a quando è entrato nel laboratorio. Ciò sarebbe servito a verificare se altri oggetti scelti a caso dallo stesso cassetto e manipolati nello stesso modo, poco professionale, presentassero tracce di DNA. Chissà l’interesse che avrebbe suscitato l’accusa nell’analizzare le sinistre implicazioni di una presenza di DNA su un apriscatole. Magari i piselli in scatola sarebbero diventati i protagonisti di un rito satanico. Il DNA di Meredith era su qualcuno dei cucchiai riposti nel cassetto? E quello di Filomena? Sarebbe stato possibile trasformare il cucchiaio nell’arma del delitto, anche in assenza di qualunque corrispondenza con le ferite rilevate?
Sono ragionamenti assurdi, naturalmente. Ma fermiamoci un attimo a riflettere. Non possiamo sapere in alcun modo cosa significa la presunta presenza di DNA sul coltello, o da dove provenga tale DNA, perché non è stato eseguito alcun test di confronto.

Il gancio

Venire a capo del mistero del DNA sul gancio del reggiseno, che, a quanto pare, corrisponde al profilo di ben 5 persone, sarebbe complicato anche predisponendo esperimenti di controllo precisi e rigorosi. Senza di essi, è davvero impossibile. Fatevi questa semplice domanda: “Cosa può accadere a un qualunque oggetto abbandonato su un pavimento e calpestato per 46 giorni? Soprattutto a un oggetto con tessuto annesso, che diventa virtualmente una sorta di straccio per la polvere. Sarebbe ricoperto di polvere, appunto, e presenterebbe tracce del DNA presente in tale polvere. Raffaele è andato più volte a trovare Amanda nell’appartamento. La presenza del suo DNA non significa nulla.
Gli esperimenti di controllo per fugare ogni dubbio sarebbero stati molto semplici. Il gancio è stato ritrovato tra una catasta di oggetti (vedi immagine) lasciata dai meticolosi investigatori nella stanza di Meredith. Eseguendo un test su qualche altro oggetto si sarebbe potuta verificare la presenza di polvere con DNA e capire la reale importanza del gancio. Ma ovviamente, niente di tutto ciò è stato fatto.
Si è quindi giunti alla conclusione che “sul gancio del reggiseno di Meredith è stato rinvenuto il DNA di Raffaele” e non che “il DNA di Raffaele, e quello di diverse altre persone, è stato rinvenuto in vari punti dell’appartamento di Amanda, dove Raffaele era stato più volte prima dell’omicidio”. La prima frase è chiaramente incriminante. La seconda frase, più precisa, dimostra invece che il test eseguito è privo di fondamento se non si esegue un test di controllo.
Il video mostra come è stato manipolato il gancio per recuperarlo dalla scena del crimine. Gli investigatori, con indosso professionali tute bianche, sembrano impegnati in qualche gioco bizzarro. Perché queste tute? In realtà non fanno nulla per evitare la contaminazione del materiale presente sulla scena del crimine. Come mostra il primo piano, le tute, e i guanti, vengono subito contaminati dal DNA presente in vari punti della scena e diventano quindi un pericoloso veicolo di trasmissione per le prove.

L'emissione luminosa

Nell’ingresso dell’appartamento sono state individuate impronte grazie al Luminol. Alcune potrebbero essere di Amanda, ma è molto difficile provarlo perché il confronto è stato eseguito solo con i suoi piedi, che sono stati definiti “compatibili”. Ancora una volta, nessun controllo. Meredith, Laura, Filomena: nessuna delle loro impronte è stata confrontata con quelle rilevate. Sono state eseguite analisi delle impronte per verificare la presenza di sangue, ma il risultato è stato negativo. Niente sangue. Perché allora queste impronte dovrebbero essere significative? Amanda viveva in quella casa, dopo tutto.


Il DNA di Amanda è stato isolato in una di queste impronte. Ma è stato verificato se si trovava anche un metro più in là e in tutto il resto dell’appartamento in cui Amanda viveva? No. Questo sarebbe stato un altro test di controllo. Il DNA era realmente associato all’impronta o era lì solo per caso, così come il DNA di un residente è in genere in ogni punto di un appartamento? Non lo sapremo mai. Non sono stati eseguiti test di controllo e i risultati sono stati presentati senza alcun riferimento. L’aria si sta surriscaldando, controllate nel termometro senza scala!


Questi sono solo 3 esempi, potrei portarvene molti altri. Abbastanza per delineare un quadro ben preciso, in cui i metodi della Polizia Scientifica sono compatibili solo con la pseudoscienza e rappresentano un preciso tentativo di ingannare il giudice e i giurati.


Ed eccoci arrivati al quiz:
1. Se doveste eseguire esperimenti obiettivi per provare la verità e capire cosa è realmente accaduto, escludereste i test di controllo? (Sì/No)
2. Se doveste eseguire test all’apparenza scientifici, ma in realtà volti a far sembrare colpevole una persona innocente, eseguireste i test di controllo? (Sì/No)
3. La Polizia Scientifica ha eseguito i test di controllo durante le indagini per il processo Knox/Sollecito? (Sì/No)
Se le vostre risposte sono state “No, No, No”, siete giunti alla mia stessa conclusione. In caso contrario, chiedetevi se al vostro processo vorreste vedere applicati gli stessi criteri di indagine.

Un ringraziamento particolare al dott. K, amico e biologo molecolare, che ha riletto questi articoli.

Mark C. Waterbury è l’autore degli articoli di questo sito, che si occupano degli aspetti tecnologici del processo contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito a Perugia.
Specializzato in scienza dei materiali, laureato in chimica e con più di 20 anni di esperienza, ha lavorato come ricercatore per la U.S. Air Force e come ingegnere e responsabile tecnologico per importanti aziende. Ha messo a punto varie tecniche di misurazione scientifica con revisione paritaria, ha registrato diversi brevetti e si è cimentato per anni su argomenti quali contaminazione e dati al limite del rilevamento. Ha lavorato per la NASA, il MIT e vari laboratori a livello nazionale su tutta una serie di progetti e ha curato revisioni tecnologiche per alcune delle aziende più importanti del mondo, prendendo in esame le opinioni di scienziati e ingegneri per separare il grano dal loglio.


“Nel corso della mia lunga carriera non mi sono mai imbattuto in una metodologia così profondamente e intrinsecamente viziata come quella adottata dalla Polizia Scientifica per questo caso. Ho quindi deciso di scrivere questi articoli, nel tentativo di mettere in luce una pericolosa negligenza scientifica. La mia speranza è che in questo modo le persone intravedano la verità e si possa fare giustizia in questo caso e ridare la libertà ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito”.
Mark C. Waterbury
28 agosto 2009



I sette peccati capitali del processo Knox/Sollecito

By Mark Waterbury

“Il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimiatti genera il vizio.”
Abbiamo parlato di alberi concettuali scientifici, DNA, Luminol e altro ancora. Ora facciamo un passo indietro e addentriamoci nella giungla del processo Knox/Sollecito. Anche se la scienza è in genere indipendente dalle questioni antropiche, in questo caso non si può negare che risulti intrappolata in una giungla di intrighi umani. Una giungla strana, oscura e assai aggrovigliata.Tra prigione e processo, il calvario prosegue ininterrottamente da circa due anni. Ma la convinzione che ha determinato l’evolversi dei fatti ha preso forma già pochi giorni dopo l’omicidio di Meredith Kercher. L’investigatore capo Edgardo Giobbi ha fissato come punto fermo nella sua mente la colpevolezza di Amanda Knox e Raffaele Sollecito prima ancora di cominciare ad acquisire (e non parliamo di analizzare) una qualsiasi prova reale.

Si è vantato del suo successo davanti alle telecamere: “Siamo stati in grado di stabilire la colpevolezza osservando attentamente le reazioni psicologiche e comportamentali dei sospetti durante gli interrogatori. Non dobbiamo eseguire indagini di altro tipo perché il nostro metodo ci ha consentito di individuare i colpevoli in tempi estremamente rapidi.” Questo il risultato a cui era giunto prima ancora di sentire nominare Rudy Guede. Poche ore dopo il delitto, ha consegnato ad Amanda un paio di copriscarpe

e “il modo in cui ruotava i fianchi quando li indossava... ha attirato i miei sospetti verso di lei.”

Si tratta degli stessi investigatori che hanno erroneamente interpretato il significato dell’enigmatico messaggio di Amanda a Patrick Lumumba: “Ci vediamo dopo”. Loro hanno ipotizzato che volesse dire: “Vediamoci questa sera per commettere un terribile e insensato omicidio”. Poi è stato invece appurato che Patrick era assolutamente estraneo ai fatti. Nonstante l’assoluta assenza di indizi, o forse proprio per questo, un’attenta analisi psicologica ha consentito loro di stabilire una colpevolezza senza avere in m

ano alcuna prova. Potremmo definirlo un “crimine pensato”.

È questo il motivo per cui, a quasi due anni di distanza, anche se non sono ancora state reperite prove contro Amanda e Raffaele, gli investigatori continuano a insistere per un verdetto di colpevolezza. La loro idea è ben chiara e non si lasceranno certo confondere dai meri fatti riscontrati.

Questo è il peccato originale di questa indagine sull’omicidio: la Superbia, l’eccessiva fiducia nelle proprie possibilità.

Poi è stata elaborata la teoria del crimine, una storia avvincente che fa da contorno alla convinzione di colpevolezza. Tutto è stato fatto ovviamente ruotare intorno a un'orgia satanica finita male. Ovviamente per chi? Per il pubblico ministero, Giuliano Mignini. Non esistono prove al riguardo. Nessun avvenimento precedente, nessuna discussione, nessuna testimonianza. Nell’intero corso del processo non è mai stata fatta menzione di fatti del genere, nemmeno da parte dell’accusa. Solo qualche indiscrezione che ha raggiunto la stampa, generando tormentoni come “orgia satanica finita male”, appunto. E tutto questo perché due ragazzi (che scandalo!) avevano fatto sesso. E una di loro era americana. Si sa come sono, e questa è anche molto carina.

A tutto questo aggiungiamo una coincidenza temporale (il giorno dopo Halloween) e l’utile suggerimento di un blogger, che è entrato in comunicazione con lo spirito di un defunto per svelare un culto sessuale massonico di venerazione a Satana (non sto inventando nulla!). A Mignini non è servito altro. Il suo spirito pio l’ha spinto a vedere con gli occhi della mente lo stesso male sinistro con cui si era dovuto confrontare nel caso del mostro di Firenze. Più o meno lo stesso risultato, e un’altra tremenda ingiustizia commessa dallo stesso Mignini.

Qui individuiamo il secondo peccato capitale: Lussuria, un’innaturale ossessione per i piaceri carnali.


Durante l’interrogatorio di Amanda Knox, il risultato era predeterminato, l’unico dubbio era quanto ci sarebbe voluto, quanta pressione bisognava farle per metterle in bocca le parole che avrebbero deciso il suo destino. Non importa quante volte Amanda ha ripetuto che non sapeva nulla, che non aveva idea di chi avesse potuto commettere il fatto; gli investigatori le hanno detto che era stata lei e che avrebbe passato 30 anni della sua vita in cella se non avesse ammesso quello che a loro interessava ammettesse. Giorno dopo giorno, hanno continuato a interrogarla. Più di quaranta ore senza avvocato, senza che riuscisse a chiudere occhio la notte, senza un interprete, parlando in una lingua che conosce appena. Voi quanto avreste resistito?


Le hanno chiesto di immaginare il delitto, di figurarselo nella sua mente. Hanno tirato in ballo Patrick. Perché gli ha mandato quel messaggio sospetto: “Ci vediamo dopo”? Le hanno detto che Raffaele non confermava il suo alibi quando lei ha affermato che era con lui quella notte. I sospettati devono sempre dire la verità, e ripeterla a oltranza, senza cadere in errore o cambiare versione. Chi interroga invece non è tenuto a rispettare queste restrizioni.


E Amanda alla fine ha ceduto e ha detto loro quello che volevano sentirsi dire. Tuttavia, non appena ne ha avuto la possibilità, ha scritto che non ci si doveva basare sulle cose che aveva ammesso: “L'ho ripetuto molte volte, per farmi capire bene. Mi sembra tutto così irreale, come un sogno...”. Ma per l’accusa poteva bastare. L’avevano in pugno. Da quel momento in poi, la stampa ha parlato della sua “confessione” o “falsa confessione”. Tratterò nei dettagli la questione della stampa in un altro articolo.

Ciò che Amanda ha realmente detto nel cuore della notte, quello che è veramente accaduto, se c’è stata coercizione, non lo sapremo mai, perché l’accusa non renderà mai pubblici i verbali.


E qui è stato commesso il terzo peccato: Ira, l’emozione del falso virtuoso, che si manifesta come veemente negazione della verità”.



L’accusa ha adottato la tattica efficace e continuativa di rifiutare la presentazione delle prove alla difesa. Non si può dimostrare la falsità di dati non analizzati. E non è possibile analizzare i dati se non esistono. Il 30 luglio 2009, più di un anno e mezzo dopo che le aveva raccolte, l’accusa è stata finalmente costretta dai giudici a diffondere informazioni che aveva rifiutato di mostrare. Ma non ha abbandonato il suo atteggiamento reticente. Vi sono ancora molte informazioni che non sono state condivise, tra cui:


  1. I verbali dell’interrogatorio di Amanda. La polizia ha preso nota di tutto. Telefonate, conversazioni, chat. Nessuno può credere al fatto che l’interrogatorio di Amanda non sia stato registrato. L’assenza dei questi verbali salta all’occhio. Si parla di incompetenza per la mancata registrazione, incompetenza per aver perso le registrazioni o, più semplicemente, di occultamento di prove che non supportano la tesi dell’accusa.

  1. Le date in cui è stata eseguita l’analisi dei profili del DNA. Il coltello (che non coincide con le ferite) è stato prelevato dal cassetto della cucina di Raffaele dopo che è stata raccolta nell’appartamento la maggior parte del DNA che costituisce una prova. È quindi molto probabile che il sangue e il DNA di Meredith siano stati analizzati nei giorni immediatamente precedenti al test del DNA sul coltello. Questo costituirebbe un’ulteriore conferma che il risultato del test a basso numero di copie eseguito sul coltello è falsato da contaminazione. Il coltello sarebbe stato analizzato in un laboratorio in cui erano presenti tracce del DNA di Meredith. La dott.ssa Stefanoni e l’accusa si rifiutano di rendere pubbliche tali date.

  1. I risultati delle analisi del sangue nei punti che hanno reagito al Luminol. Le emissioni luminose ottenute con il Luminol evidenziano la “presunta” presenza di sangue, ma non sono certamente prove decisive. Il passaggio successivo è eseguire prelievi con un tampone nell’area in questione e utilizzare un test specifico per l’analisi del sangue. Non è possibile credere che questi semplici test non siano stati eseguiti. E infatti sono stati eseguiti, ma i risultati non sono stati divulgati, ovviamente perché non avvalorano la tesi dell’accusa. Sara Gino ha dichiarato: “Non ci è stato comunicato che le impronte erano prima state cosparse di una sostanza che doveva indicare se si trattava di sangue, e che i risultati sono stati molto incerti”.

Queste, e altre azioni ancora, possono essere ricondotte al quarto peccato: Avarizia, o l’accumulazione di materiali o oggetti, attraverso l’inganno o la manipolazione dell’autorità.

Nel mio ultimo articolo, I metodi della Polizia PseudoScientifica, ho affermato che “la maggior parte di queste persone sa bene quello che sta facendo”. Ho esagerato, e di questo mi scuso. Se si considera la serie di azioni incompetenti che hanno inanellato, è evidente che assai di rado sanno quello che stanno facendo. E queste rare volte sono in genere quelle in cui distorcono la realtà.

1. Gli esperti forensi hanno commesso molti errori. Tre dei quattro dischi rigidi che costituivano prove essenziali per il processo sono stati distrutti dagli “esperti informatici” della polizia: quello di Amanda, di Meredith e uno di quelli di Raffaele. L’unico disco rigido rimasto, quello del portatile di Raffaele, è stato inquinato dai tentativi della polizia di navigare su Internet. In questo modo, sono scomparse le prove alla base dell’alibi di Amanda e Raffaele.

2. Quando viene rinvenuta la vittima di un omicidio, la procedura standard prevede la misurazione della temperatura corporea e di quella ambientale per stabilire l’ora del decesso. Queste misurazioni devono essere effettuate il prima possibile per raccogliere informazioni accurate. Qualsiasi investigatore competente conosce questa regola. La temperatura del corpo di Meredith non è stata misurata fino all’1:00 del giorno dopo il ritrovamento del cadavere, più di 48 ore dopo la sua morte e decisamente troppo tardi per avere a disposizione informazioni significative.


Meo Ponte (La Repubblica)

Professor Giancarlo Umani Ronchi:“Ci è stato chiesto di stabilire l’ora della morte, ma ormai erano stati commessi errori imperdonabili. Primo tra tutti, la mancata analisi del cadavere da parte del coroner che è giunto per primo sulla scena del crimine.”

3. Una telecamera di sorveglianza posizionata dalla banca di fronte all’appartamento ha registrato tutti i movimenti avvenuti in strada e avrebbe dovuto riprendere l’assassino mentre entrava e poi usciva dalla casa. Purtroppo, la polizia non è riuscita a recuperare le registrazioni prima che venissero sovrascritte.


Per questo e altri motivi, la polizia si è macchiata anche del peccato di Accidia, evitando di svolgere il proprio lavoro.

Patrizia Stefanoni non disponeva né del laboratorio né degli strumenti adeguati per eseguire l’analisi del profilo di DNA a basso numero di copie, ma l’ha fatto ugualmente. Sono pochi al mondo i laboratori che svolgono questa procedura, perché si tratta di una tecnica nuova di cui non è stata ancora dimostrata la validità. Nel momento in cui sono stati eseguiti i test, il laboratorio della dott.ssa Stefanoni non aveva nemmeno la certificazione per eseguire l’analisi ordinaria del profilo di DNA. [Collegamento a DNA a basso numero di copie (parte II).] Il risultato è stato che ha eseguito test non conformi ad alcuno standard e ora si rifiuta di divulgare informazioni sul momento e sul modo in cui i test sono stati eseguiti.

Ha quindi ceduto al peccato di Invidia, il sentimento che spinge a credere che gli altri abbiano qualcosa che a noi manca.

Cosa c’è quindi dietro questo processo? Qualcuno sostiene che Mignini sia realmente convinto della colpevolezza di Amanda e Raffaele. Ma accontentarsi di una spiegazione così semplice sarebbe veramente da ingenui. L’Italia in fondo è la patria della “dietrologia”, la scienza dei fatti occulti che si nascondono dietro un evento, il che ci spinge a cercare la verità dietro l’ovvia facciata che ci si presenta. Preston e Spezi spiegano brillantemente questo concetto in Dolci colline di sangue - Il romanzo sul mostro di Firenze. “La dietrologia è l’idea che la cosa più ovvia non può essere la verità.”

E qual è la spiegazione dietrologica della motivazione alla base del processo?

È la Gola, vale a dire l'incessante spinta a perseguire fini quali denaro, posizione, potere. L’errore più comune che si commente pensando alla gola è ritenere che possa far riferimento solo al cibo. La gola indica l’eccessivo desiderio di consumare in quantità superiore rispetto a quella necessaria.

Ci sono carriere da costruire e carriere che potrebbero essere distrutte in questo terribile caso. Sono in corso azioni legali da milioni di euro, appese al filo di un verdetto di colpevolezza. Rudy, è noto, non ha denaro.

Eccoci dunque a un convito di innocenti, accerchiati da famelici ghiottoni. È una schiera festosa, capitanata da Mignini. C’è Patrick, in attesa del suo mezzo milione, e Maresca, che vuole conquistare per i suoi clienti decine di milioni e aspetta la sua parte. Ci sono quelli in attesa di una promozione: Giobbi, Stefanoni, Commodi e altri ancora. E ci sono persino i semplici poliziotti, che hanno condotto in prigione la sfortunata coppia la prima volta, pochi giorni dopo il crimine, con le sirene spiegate in segno di vittoria.

Ai golosi non resta che rinchiudere i due giovani innocenti in carcere a vita e avranno ottenuto quello che desiderano. Hanno sentito l’odore della celebrità e sono rimasti inebriati. Hanno denaro, ma ne vogliono di più. Ricoprono posizioni di potere, ma il potere non è mai abbastanza.

I golosi non saranno mai in grado di dire: “Basta!”. Questa esclamazione deve arrivare dall’alto. Dal giudice e dai giurati? Dal governo italiano? Dagli italiani stessi o dalla stampa? O, forse, da un'entità ancora superiore?


Mark C. Waterbury è l’autore degli articoli di questo sito, che si occupano degli aspetti tecnologici del processo contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito a Perugia.

Specializzato in scienza dei materiali, laureato in chimica e con più di 20 anni di esperienza, ha lavorato come ricercatore per la U.S. Air Force e come ingegnere e responsabile tecnologico per importanti aziende. Ha messo a punto varie tecniche di misurazione scientifica con revisione paritaria, ha registrato diversi brevetti e si è cimentato per anni su argomenti quali contaminazione e dati al limite del rilevamento. Ha lavorato per la NASA, il MIT e vari laboratori a livello nazionale su tutta una serie di progetti e ha curato revisioni tecnologiche per alcune delle aziende più importanti del mondo, prendendo in esame le opinioni di scienziati e ingegneri per separare il grano dal loglio.

“Nel corso della mia lunga carriera non mi sono mai imbattuto in una metodologia così profondamente e intrinsecamente viziata come quella adottata dalla Polizia Scientifica per questo caso. Ho quindi deciso di scrivere questi articoli, nel tentativo di mettere in luce una pericolosa negligenza scientifica. La mia speranza è che in questo modo le persone intravedano la verità e si possa fare giustizia in questo caso e ridare la libertà ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito”.


Mark C. Waterbury

28 agosto 2009

Thursday, October 1, 2009

Seven Deadly Sins of the Amanda Knox/Raffaele Sollecito Prosecution

Written by Mark Waterbury

“Sin creates an inclination to sin; it engenders vice by repetition of the same acts.”

October 1, 2009

We've talked about the scientific "trees," DNA, Luminol, and the rest. Now let's take a step back and look at the forest of the Knox/Sollecito prosecution. Although science can exist in a perfect void of human issues, the science in this case is shrouded in a forest of human intrigue that cannot be ignored. A strange, dark, and twisted forest, it is.

Pride
The ordeal of prison and trial has gone on for nearly two years. Yet the real decision was made just a few days after the murder of Meredith Kercher. Head investigator Edgardo Giobbi determined, in his mind, the guilt of Amanda Knox and Raffaele Sollecito before he had even begun to acquire, let alone analyze any actual evidence.

He boasted of the feat on film. “We were able to establish guilt by closely observing the suspect's psychological and behavioral reactions during the interrogations. We don't need to rely on other kinds of investigation as this method has enabled us to get to the guilty parties in a very quick time." This was achieved before he even heard of Rudy Guede. In fact, just hours after the murder, when he handed Amanda a pair of shoe covers, "As she put them on she swiveled her hips... my suspicions against her were raised.”

Of course, these same investigators were confused by the meaning of Amanda's enigmatic text message to Patrick Lumumba, “See you later.” They thought it meant something like, “Let's meet later tonight and commit a senseless, horrific crime.” But despite this cluelessness, or perhaps because of it, deep psychological insight enabled them to perceive guilt in the complete absence of evidence. It might be called, a “thought crime” if you will.

That is why, nearly two years later, even though there is still no evidence against Amanda and Raffaele, these investigators continue to fight for convictions. Their minds are made up, and they are not to be confused by mere facts.

That was the original Sin of the this murder investigation. The Sin of Pride, excessive belief in one's own abilities.



Lust
Next came the theory of the crime, a compelling story in which to wrap the guilt. This naturally revolved around a satanic sex orgy gone bad. Naturally to whom? To the prosecutor, Giuliano Mignini. There was no evidence of this. No prior history, no such discussions, no records. In fact, in the entire trial there has never been any testimony about this, nothing ever offered by the prosecution. Just leaks to the press, who continue to parrot phrases like, “sex orgy gone bad.” And just young people who, shockingly, have had sex . And one was an American. You know how they are, and a beautiful one at that.

All of that, and a coincidence of date, the day after Halloween, along with a helpful suggestion from a blogger who channels a dead person to reveal a Satan worshipping Masonic sex cult (I'm not making this up) was enough for Mignini. In his pious mind, he envisioned the same lurid evil he had confronted before, in the Monster of Florence case. With much the same result, another tremendous injustice, perpetrated by Mignini himself.

That was the second deadly Sin of this investigation. The sin of Lust, an unnatural obsession with carnal desire.

Wrath
In the interrogation of Amanda Knox, the result was preordained, the only question was how long would it take, how much pressure it would require, to put the words into her mouth to seal her fate. No matter how many times Amanda said she didn't know, that she had no idea who had done this thing, they told her that she did, and that she'd spend 30 years in prison if she didn't say what they wanted her to say. Day after day they brought her in. Forty some hours without a lawyer, without a good night's sleep, without an interpreter, interrogating her in a language she barely knew. How long would you hold up?

They asked her to envision the murder, asked her to picture it in her mind. They brought Patrick into it. Why, she had sent him that incriminating text message, “See you later.” They told her that Raffaele no longer supported her when she said that she was with him that night. Suspects must always tell the truth, over and over again, without fail or variation. Interrogators are under no such restrictions.

And so she broke, and told them what they were demanding to hear. As soon as she possibly could, she wrote that while she had said such things, they weren't to be relied upon, “But I've said this many times so as to make myself clear: these things seem unreal to me, like a dream...” But, for the prosecutors, hey, close enough. They had her cold. The press forever after has called this her “confession” or “false confession.” More on the press in a future article.

What she really said in the middle of the night, what really happened, what coercion occurred, we may never know, because the prosecution will not release the recordings.

And so they committed the third Sin, Wrath, the emotion of the falsely righteous” “which can manifest as vehement denial of the truth.”

Hoarding
Witholding evidence from the defense has been a powerful, ongoing tactic of the prosecution. You can't refute the data if you can't analyze it. You can't analyze the data if you don't have it. The prosecution was finally forced by the judges to release information they had previously withheld on July 30, 2009, more than a year and a half after it was gathered. But their hoarding continues. Several critical pieces of information remain under wraps. These include:

  1. The recording of Amanda's interrogation. The Polizia recorded everything. Phone calls, conversations, chats. It is not credible that Amanda's interrogation was not recorded. Yet the recordings have been conspicuous by their absence. This was either incompetence for not recording, incompetence for losing the recordings, or, far more likely, the prosecution is withholding evidence that looks bad for them.
  2. The dates that DNA profiles were performed. The Knife (that doesn't match the wounds) was collected from Raffaele's kitchen drawer after most of the DNA containing evidence was gathered from the apartment. It is extremely probable then, that Meredith's blood and DNA were analyzed in the days immediately before the knife DNA testing. If so, that would provide strong additional evidence that the low copy number knife result was from contamination. The Knife would have been tested in a lab environment suffused with Meredith's DNA. Those dates remain hoarded by Stefanoni and the prosecution.
  3. Results of blood tests from Luminol reactive sites. Luminol glows are only “presumptive” of blood, and are certainly not conclusive. The next step when a glow is seen is to swab the area and use a test that is specific for blood. It was never credible that these simple tests were not done. In fact, they were performed, but were withheld, apparently because they didn't look good for the prosecution. As Sara Gino stated "We were not told that, first of all, the prints were treated with a substance which should have indicated whether they were blood, and the result was very uncertain."

These, and other acts comprise the fourth Sin , Greed, or Hoarding of materials or objects, by means of trickery, or manipulation of authority.

Sloth
In my last article, Methods of the Polizia PseudoScientifica, I made the statement, “These people mostly know what they are doing.” That was an exaggeration, for which I apologize. In fact, if you consider the drumbeat of incompetent performance they have compiled, it is clear that they only rarely know what they are doing. And those rare times are mostly when they are distorting the evidence.

1. There have been many failures in the forensic effort. Three out of four critically important computer hard drives were destroyed by the Polizei “computer experts,” Amanda's, Meredith's, and one of Raffaele's. The remaining critical computer drive, Raffaele's laptop, was merely altered by being used by the police to surf the net, destroying evidence that could have proved Raffaele and Amanda's alibi.

2. When a murder victim is found a, measurement of body temperature and room temperature is a fundamental procedure as a means of indicating time of death. These measurements need to be taken as soon as possible for the most accurate information. Every competent investigator knows this. Meredith's temperature was not measured until 1:00 AM the day after her body was found, more than 48 hours after her death and far too long to provide meaningful information.

From Meo Ponte, La Repubblica

Professor Giancarlo Umani Ronchi:"We were asked to determine time of death," he explains, "but they had already made outrageous mistakes." "First, the failure to analyze the corpse by the coroner who arrived first at the scene."

3. A surveillance camera at a bank across the street from the apartment recorded all activity on the street, and would have seen the perpetrator coming and going. Unfortunately, the Polizei didn't get around to accessing it until the recordings had been overwritten.

By these and many other actions, the Polizei have committed the Sin of Sloth, the avoidance of work.

Envy
Patrizia Stefanoni had neither the proper equipment nor the proper laboratory to perform low copy number DNA profiling, but she did it anyway. There are only a few such laboratories in the world, as it is a very new, as yet unproven technique. Her own lab was not even certified to perform ordinary DNA profiling at the time these tests were performed. The result was that she performed tests that do not conform to any standard, any where. Now she is withholding the information about when and how those tests were performed.

And so she committed the Sin of Envy, the perception that someone else has something they are lacking.

Gluttony
What lies behind this prosecution? Some have said that Mignini actually thinks that Amanda and Raffaele are guilty. But to believe that it is so simple would be naive. Italy is the home of an idea called “dietrologia” “the science of what lies behind” that involves seeing the real truth behind the obvious facade. Preston and Spezi give a great background on this in Monster of Florence. “Dietrologia is the idea that the obvious thing cannot be the truth.”

And what is this dietrologist's explanation of the motivation behind the prosecution?

It is Gluttony, in the form of relentless pursuit of money, position, and power. “The chief error about gluttony is to think it only pertains to food.” Gluttony is an inordinate desire to consume more than that which one requires.

There are careers to be made, and careers that could be broken, in such an infamous case. There are multi-million dollar lawsuits, all hanging on a guilty verdict. Rudy, you see, has no money.

And so we have a feast of innocents, gorged upon by a circle of gluttons. It is a large, and festive circle, with Mignini at it's head. There is Patrick, hoping for his half million, and Maresca, who would bring his clients tens of millions, wanting for his cut. There are those hoping for career enhancement; Giobbi, Stefanoni, Comodi and the rest. And even the ordinary polizei, who drove the unlucky pair to prison for the first time, just days after the crime, with their car horns blaring in victory.

The gluttons have only to commit two young innocents to life in prison and they will have what they desire. They have tasted fame, and they desire more. They have money, but they want more. They have positions of power, but one can never have enough power.

Gluttons are never the ones to say, “Enough!” That word must come from higher powers. From the judge and jurors? From the Italian government? The Italian people, or press? Or, perhaps, from a power, higher still?

By Mark Waterbury, Ph.D.(All Rights Reserved)

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